Un rapporto di Social Seed per Confcooperative Federsolidarietà Emilia-Romagna realizzato fotografa la cooperazione di tipo B: numeri, valore sommerso e direzioni strategiche per un settore che deve ripensarsi per farsi apprezzare in modo proporzionato all’impatto che genera

Sono 2.135 le persone svantaggiate inserite al lavoro nelle 170 cooperative sociali di tipo B e A+B aderenti a Confcooperative Federsolidarietà Emilia-Romagna. Un numero che, da solo, racconta molto. Ma la ricerca “La cooperazione B produce economie sociali: dove il valore prende forma”, realizzata da Social Seed con il sostegno di Fondosviluppo e presentata lo scorso 20 aprile davanti all’assemblea regionale di Federsolidarietà a Bologna, dice molto di più: racconta un modello di impresa che coniuga valore economico e sociale, ma che oggi si trova davanti a una serie di sfide che mettono in discussione il suo stesso riconoscimento. La strada? Ripartire dal proprio valore, allargare le alleanze e fare delle competenze sviluppate e della capacità di innovazione un asset strategico per rafforzarne la competitività.

Far emergere il valore sommerso
Il dato più immediato è già eloquente: nelle cooperative analizzate si contano 66 lavoratori svantaggiati ogni cento lavoratori ordinari, ampiamente oltre il doppio del minimo di 30 su cento previsto dalla legge 381/1991. Non un semplice adempimento, dunque, ma una scelta identitaria profonda. Le cooperative B, infatti, offrono servizi e prodotti di alta qualità in vari settori, ma sono innanzitutto professioniste dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
Chi sono queste persone? La quota più rilevante ha una disabilità fisica e/o sensoriale (36%), seguita da persone con dipendenze (20%) e da persone con disabilità psichica (18%). Inoltre, circa l’11% dei lavoratori assunti come ordinari vive condizioni di fragilità non riconosciute dalla legge 381/91 – quindi non accede ad alcuno sgravio contributivo: in primo luogo giovani Neet, persone di origine straniera con carenze linguistiche e formative, disoccupati di lungo periodo. Si tratta di persone che non troverebbero facilmente posto nel mercato del lavoro ordinario, e che nelle cooperative di tipo B non solo ottengono un contratto — il 74% a tempo indeterminato — ma vengono accompagnate in un percorso individualizzato di inclusione sociale.
L’inserimento lavorativo nelle cooperative B, infatti, non si ferma alla firma del contratto di lavoro: garantisce accompagnamento alla conciliazione dell’attività lavorativa con le esigenze socio-sanitarie della persona, e attenzione al fatto che il lavoro si traduca in effettivo strumento di inclusione sociale. Il report descrive un modello di inserimento lavorativo basato su tre pilastri essenziali: la presenza di professionisti dedicati principalmente ad accompagnare l’inserimento dei lavoratori svantaggiati, progetti individualizzati e varie attività svolte per garantire l’efficacia dell’inserimento lavorativo e dell’inclusione sociale, e infine la reale opportunità di crescita professionale e partecipazione per tutti i lavoratori, senza distinzioni di condizione fisica, mentale o sociale.
Sul fronte delle filiere, il report segnala un dato promettente: il 59% delle cooperative ricava almeno un terzo del fatturato da filiere sostenibili e/o innovative — economia circolare, sanità leggera e welfare, turismo responsabile, digitale e tecnologico. Impianti innovativi nel settore del riutilizzo dei rifiuti, servizi digitali avanzati, macchinari specializzati per le lavorazioni industriali, ma anche rigenerazione urbana e servizi integrati di prossimità con attori pubblici e privati: sono esempi del fatto che le cooperative B sono imprese che scelgono di investire in economie sostenibili e che sanno innovare, coniugando tecnologia e sociale.
Infine, le cooperative sociali di inserimento lavorativo scelgono di lavorare con e per i territori. Ne sono esempio il fatto che l’89% delle cooperative coinvolge attivamente la comunità in progetti e servizi, anche grazie alle migliaia di volontari attivi (tra cui 1.083 soci), e impiega almeno l’80% – molto spesso il 100% – dei propri lavoratori sul territorio regionale. Dati che rendono evidente la volontà di investire su relazioni stabili e continuative con i lavoratori e gli stakeholders territoriali, e di mantenere la ricchezza sui territori che la producono.

Un investimento, non un costo
Il risparmio generato per la spesa pubblica da ogni inserimento lavorativo è stato stimato, in una ricerca del 2017, in circa 4.783 euro medi annui per lavoratore svantaggiato. Proiettando questo dato sugli attuali 2.135 inseriti in Emilia Romagna, si arriva a una stima di oltre 10 milioni di euro di risparmio annuo per la collettività al netto della fiscalizzazione degli oneri sociali.
Ma il messaggio che lanciano le cooperative B è chiaro: è necessario andare oltre la logica del mero risparmio economico, per portare sotto i riflettori anche il valore (economico e sociale) prodotto da queste imprese a favore dei lavoratori, delle economie locali e delle comunità. A questo scopo, un gruppo di cooperative B del parmense ha recentemente misurato il proprio impatto con il metodo Sroi-Social Return on Investment. Dalla ricerca emerge che per ogni euro investito, il valore sociale complessivo generato dalle cooperative analizzate è pari a 1,72 euro, tenendo conto degli effetti sui lavoratori, sulle famiglie, sulla pubblica amministrazione e sul territorio.
Eppure queste cifre restano largamente invisibili. Solo il 21% delle cooperative usa strumenti di misurazione monetaria del valore sociale creato, e tra chi non lo fa, un quarto degli intervistati non ne vede l’utilità concreta per la propria cooperativa. Un dato che unisce la difficoltà delle cooperative a comunicare e a far riconoscere il proprio valore alla carenza di misure pubbliche volte a raccogliere e valorizzare questo ricchissimo patrimonio sociale.
Le sfide: solitudine, mercato, riconoscimento
Dalla ricerca emergono anche le sfide più attuali di un sistema cooperativo sotto pressione su più fronti.
Le cooperative sociali di tipo B raccontano una crescente solitudine nella gestione degli inserimenti. Un tempo i percorsi socio-sanitari erano integrati con quelli lavorativi grazie a una collaborazione strutturata con i servizi pubblici, mentre oggi molte persone inserite non hanno un servizio sociale o sanitario di riferimento. Inoltre, si è perso il senso di responsabilità collettiva rispetto all’importanza di dare alle persone svantaggiate l’opportunità di contribuire allo sviluppo della società. La percezione è che l’intera responsabilità sull’inclusione di queste persone ricada sulle spalle delle famiglie e delle cooperative.
Un altra sfida centrale riguarda la relazione con la pubblica amministrazione. La crisi del welfare pubblico e l’indebolimento della consapevolezza del valore cooperativo all’interno delle amministrazioni locali rendono difficile trovare interlocutori all’interno degli enti pubblici. Il valore complessivo generato dalle cooperative B per l’amministrazione pubblica non viene visto, rimanendo frammentato tra le competenze e i bilanci di differenti settori. La mancanza di una visione territoriale comune tende anche a ridurre il potenziale di innovazione e collaborazione offerto dai nuovi strumenti dell’amministrazione condivisa, riducendo gli spazi di innovazione.
Sul fronte del mercato, le gare d’appalto — sia pubbliche che private — continuano a dare peso determinante al fattore economico, senza riconoscere i maggiori costi di produzione legati al modello di inserimento lavorativo di qualità né il valore sociale prodotto al di là del servizio richiesto. Inoltre, la trasformazione del mercato verso una sempre maggiore specializzazione e richiesta prestazionale, marginalizza i lavoratori con meno competenze tecnologiche o con più difficoltà ad aumentare la propria produttività. Questo rende difficile far leva sulla retribuzione per attrarre lavoratori, ma anche mantenere la qualità del modello di inserimento lavorativo e la capacità di inserire i lavoratori più fragili. I cambiamenti normativi del Codice degli appalti del 2023, poi, hanno ulteriormente complicato il quadro, aprendo contenziosi legali sul riconoscimento del contratto nazionale delle cooperative sociali.
A questo si aggiunge la sfida dell’attrattività e la difficoltà del ricambio generazionale: le nuove generazioni hanno una concezione del lavoro meno disposta al sacrificio personale, e i modelli valoriali su cui è nata la cooperazione B faticano a fare presa su chi oggi si affaccia al mondo del lavoro.

Le direzioni strategiche: alleanze e protagonismo cooperativo
Il cuore del rapporto non è però nella diagnosi, ma nella proposta. A partire da un ampio processo partecipato con le cooperative di tutta la regione, Social Seed e Federsolidarietà ER hanno identificato quattro direzioni strategiche per il rilancio del settore.
La prima è passare da gestori di servizi ad attori di sviluppo delle comunità. Questo significa costruire un’alleanza orizzontale con le amministrazioni locali — non un rapporto fornitore-committente, ma una co-progettazione alla pari — e portare avanti un’attività di advocacy per innovare il quadro normativo. Si tratta di chiedere gare riservate o criteri di premialità che riconoscano la qualità degli inserimenti, il risparmio sulla spesa pubblica, il legame con il territorio. E di sviluppare, insieme alle università, strumenti di evidenza scientifica dell’impatto delle cooperative B.
La seconda direzione riguarda le alleanze e il modello d’impresa. Le cooperative di tipo B devono riaffermare la propria identità come imprese che coniugano finalità economiche e impatto sociale, investendo sulla qualità delle tante collaborazioni attive con imprese profit — in particolare quelle attraverso le convenzioni per l’inserimento di lavoratori in azienda ex art. 14 della Legge Biagi — e approfondendo la sperimentazione di modelli di impresa ibridi, anche con altri rami cooperativi. Parallelamente, le cooperative devono valorizzare la propria expertise nell’inserimento lavorativo e nel disability management anche come settore di sviluppo, posizionandosi sul mercato come “professioniste dell’inclusione” per le imprese del territorio.
La terza direzione è quella della comunicazione e del riconoscimento sociale. La cooperazione B vive un paradosso: gestisce spazi e servizi fondamentali nelle nostre città, ma larga parte della società — e in particolare i giovani — non sa nemmeno della sua esistenza. Uscire dalla nicchia significa investire in comunicazione come strategia, non come attività secondaria: raccontare i benefici generati per la comunità ma anche le opportunità di lavoro “di senso” e sostenibile che offrono ai giovani lavoratori, farsi narrare dalle famiglie dei lavoratori svantaggiati, dai clienti, dai territori rigenerati. Utilizzare la propria presenza capillare sui territori e la propria rete di relazioni con moltissimi attori differenti per ricreare una cultura condivisa basata sui valori della cooperazione e della diversità. I dati raccolti nel report sono solo la base di una narrazione ancora tutta da costruire.
La quarta direzione, forse la più strutturale, è la riforma della governance interna al sistema cooperativo. Emerge la necessità di superare la frammentazione tra cooperative di tipo A e di tipo B, costruendo filiere integrate che accompagnino i percorsi di vita degli utenti e dei lavoratori lungo tutto il loro arco — dai servizi socio-sanitari, al lavoro, all’autonomia abitativa e personale. E’ poi altrettanto urgente l’apertura di spazi di progettazione con gli altri settori cooperativi, dalle cooperative agricole a quelle di abitanti, fino a quelle di produzione-lavoro, per favorire la creazione di “filiere delle opportunità” che vadano oltre una logica competitiva per generare valore condiviso.

Foto in copertina di Age Cymru su Unsplash
Le ricerche citate nell’articolo fanno riferimento alle pubblicazioni “L’impatto della cooperazione sociale di inserimento lavorativo in Emilia-Romagna.” (Venturi, Rago, Chiaf, 2017) e “Ricerca la B. Il SROI per la misurazione dell’impatto sociale delle cooperative di tipo B sul territorio parmense.” (Fornaciari, Ferrari, 2026), esito di una ricerca promossa da 9 cooperative sociali, sostenuta dal Comune di Parma, finanziata da Fondazione Cariparma e svolta in collaborazione con l’Università di Parma.
A cura di: Maria D’Incà, Francesca Battistoni
Pubblicato su: VITA
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